Fondi a chi dimostra di aver recepito le regole
Due anni e mezzo dopo la scadenza del precedente PanFlu 2021-2023, la Conferenza Stato Regioni ha dato oggi il via libera definitivo al nuovo Piano pandemico nazionale. Un traguardo arrivato al termine di un lungo iter che ha visto la revisione di diverse bozze e che ora diventa operativo.
Il documento, che copre il periodo 2025-2029, arriva in una fase politicamente delicata: a poco più di un anno dalla fine della legislatura. Per un Paese che è stato tra i primi a vivere in prima linea l’impatto di una pandemia globale, il vero banco di prova non sarà tanto l’approvazione, quanto la capacità di trasformare il piano in uno strumento realmente operativo.
“L’approvazione del nuovo Piano rappresenta un importante risultato politico, tecnico e istituzionale e un passaggio cruciale per il rafforzamento e la crescita del nostro sistema sanitario e istituzionale”, dichiara il Ministro della Salute, Orazio Schillaci.
“Il Piano si fonda su un principio chiaro: garantire sicurezza, trasparenza e coordinamento tra tutti i livelli istituzionali. Il dialogo continuo tra Governo e Regioni si è basato su un obiettivo comune: la tutela dei cittadini e della salute pubblica. Il governo – aggiunge Schillaci – ha stanziato oltre 1,1 miliardi di euro per potenziare prevenzione, capacità di laboratorio e scorte strategiche, consolidando il coordinamento tra livello nazionale e territoriale”.
Un cambio di impostazione
Il nuovo piano ha l’ambizione di segnare una svolta rispetto al passato. Non più un approccio centrato su singole malattie, ma una strategia costruita attorno ai patogeni respiratori a maggiore potenziale pandemico (tra cui virus influenzali, coronavirus, Ebola, Marburg), con l’obiettivo di rendere il sistema sanitario più flessibile e capace di adattarsi a scenari diversi.
Le risorse: 1,1 miliardi alle Regioni e fondi a condizionalità
Il piano è accompagnato da un pacchetto di finanziamenti pluriennali: 50 milioni per il 2025, 150 milioni per il 2026 e 300 milioni annui a decorrere dal 2027, per un totale di 1,1 miliardi di euro destinati alle Regioni che accedono alle risorse statali (tutte tranne quelle a statuto speciale, che provvedono con fondi propri). A questi si aggiungono oltre 110 milioni per gli enti centrali (Ministero della salute, ISS, INMI Spallanzani) tra spese correnti e in conto capitale.
Proprio su questo punto il piano introduce una novità significativa: i fondi non vengono distribuiti automaticamente. Il meccanismo delle condizionalità prevede che le Regioni, entro 90 giorni dall’approvazione, trasmettano delibere di recepimento con cronoprogrammi puntuali. Un Comitato di Coordinamento (composto da Ministero della salute, Regioni, ISS e AGENAS) valuterà la coerenza dei piani regionali e solo all’esito positivo sarà erogato il finanziamento.
Nessun lockdown generalizzato, ma misure modulabili
Il piano abbandona l’approccio dei lockdown generalizzati in favore del modello Oms PRET (Preparedness and Resilience for Emerging Threats), che prevede una gradualità delle misure in base alla situazione epidemiologica. Le misure non farmacologiche (NPI) – tra cui distanziamento fisico, sospensione di eventi di massa, isolamento dei casi e quarantena dei contatti – sono descritte come “prima linea di difesa” nelle pandemie, ma la loro applicazione deve essere “rigorosa” e “calibrata” in relazione alla situazione epidemiologica.
Il piano introduce inoltre meccanismi di escalation e de-escalation delle misure, con particolare attenzione alla protezione delle popolazioni vulnerabili e alle implicazioni socio-economiche. Le misure restrittive, se necessarie, saranno adottate con atti normativi e dovranno essere sostenute da un processo decisionale trasparente basato sulle evidenze disponibili.
Smart working e ventilazione negli edifici pubblici
Tra le misure organizzative previste, il piano richiama espressamente il ricorso al lavoro agile e alla flessibilità degli orari per mitigare l’impatto della pandemia sull’organizzazione del lavoro e sulla mobilità, con particolare attenzione ai lavoratori fragili. Viene inoltre istituito un gruppo di lavoro per elaborare indicazioni sull’utilizzo di sistemi di ventilazione meccanica controllata (VMC) negli istituti scolastici, nei luoghi di lavoro e sul trasporto pubblico.
Vaccini: scorte e contratti di prelazione
Il piano prevede un’articolata strategia vaccinale. In fase interpandemica, l’Italia partecipa all’approvvigionamento comune di vaccini (Joint Procurement Agreement) della Comunità Europea. È già in essere un contratto di prelazione con GSK per il vaccino pre-pandemico influenzale (Adjupanrix), con una spesa annua di circa 7,7 milioni di euro. Viene inoltre previsto l’acquisto del vaccino zoonotico Seqirus (contro l’influenza aviaria H5N1) per la popolazione a rischio esposta (allevatori, veterinari, macellai), con una stima di circa 51.500 persone e un costo annuo di 1,648 milioni di euro.
Il piano stanzia inoltre oltre 88 milioni di euro per la costituzione di scorte di farmaci antivirali antinfluenzali (Oseltamivir), sufficienti a coprire oltre 3,7 milioni di cicli di trattamento. La spesa è ripartita tra Ministero della salute (32,5 milioni) e Regioni (56,1 milioni).
Scorte di DPI e dispositivi medici
Per quanto riguarda i Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) e i Dispositivi Medici (DM), il piano prevede il mantenimento e il reintegro delle scorte costituite nell’ambito del precedente PanFlu (che aveva stanziato 860 milioni di euro). A partire dal 2027, sono stanziati complessivamente oltre 515 milioni di euro per il reintegro delle scorte regionali (460 milioni per le Regioni che accedono ai fondi statali, 55 milioni per quelle a statuto speciale), con una gestione dinamica basata sul principio “First Expired, First Out” per evitare sprechi.
Un piano nazionale con attuazione vincolata
Accanto all’impianto teorico, emerge con forza la volontà di costruire un meccanismo operativo stringente, basato su responsabilità precise e su un controllo più marcato da parte del livello centrale. Le Regioni sono chiamate, entro tempi definiti, ad approvare delibere di recepimento corredate da cronoprogrammi puntuali. Non si tratta di un adempimento formale.
Ne emerge una logica chiaramente ispirata ai modelli europei più recenti: finanziamenti vincolati a risultati e monitoraggio continuo. Un cambio di passo rispetto al passato.
Tra ambizione e ritardi
Nel complesso, il piano restituisce l’immagine di un sistema più strutturato rispetto al passato: più regole, più controlli, più vincoli nell’utilizzo delle risorse. Un tentativo evidente di trasformare la preparedness pandemica da esercizio teorico a politica pubblica concretamente verificabile.
Eppure, al di là dei contenuti, resta il nodo politico del tempismo. L’aggiornamento arriva infatti quando la legislatura è ormai nella sua fase finale, dopo anni in cui la necessità di un piano aggiornato era stata più volte sottolineata. Il banco di prova, ora, è tutto nella capacità di attuazione.
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