Virus Shamonda. In Francia il primo caso al mondo di infezione umana. Ecdc monitora la situazione
Per la prima volta al mondo è stata segnalata un’infezione umana da virus Shamonda (SHAV), un agente patogeno […]
La misurazione della pressione arteriosa eseguita subito dopo uno sforzo fisico fornisce valori differenti rispetto alle rilevazioni successive da seduti, mettendo in discussione l’adeguatezza degli intervalli di attesa convenzionali. Lo rileva uno studio pubblicato sulla rivista Frontiers in Cardiovascular Medicine, che ha analizzato le variazioni pressorie seriali successive alla salita delle scale sia in contesti ambulatoriali caotici sia in ambienti silenziosi.
La sperimentazione cross-over randomizzata è stata condotta presso il Mbeya Zonal Referral Hospital, in Tanzania, su adulti con e senza precedente diagnosi di ipertensione. L’ordine di esposizione ai due ambienti è stato assegnato tramite estrazione di foglietti numerati e il personale addetto alla misurazione non operava in cieco. I partecipanti hanno salito e sceso 19 gradini prima di sottoporsi a misurazioni pressorie immediate e ripetute ogni 3 minuti per una durata di 30 minuti in ciascun contesto. L’analisi dei dati ha impiegato modelli a effetti misti corretti per periodo, sequenza, età, sesso e indice di massa corporea, con pendenze casuali specifiche per sessione e correlazione residua autoregressiva. La classificazione pressoria è stata confrontata con la media individuale calcolata ai minuti 24, 27 e 30 per ciascun ambiente. Sono state inoltre eseguite analisi di laboratorio esplorative e analisi di sensibilità clinica focalizzate su consumo di alcol, anamnesi di diabete e classi di farmaci assunti.
La coorte comprendeva 443 partecipanti, di cui 223 ipertesi e 220 senza precedente diagnosi, per un totale di 9.746 occasioni di misurazione. Al minuto 15, le differenze corrette di pressione sistolica tra ambiente caotico e silenzioso sono risultate pari a 2,87 mmHg (IC 95% 1,39–4,35) e 4,07 mmHg (IC 95% 2,58–5,56). A tale intervallo temporale, il disaccordo di classificazione nei soggetti ipertesi è stato del 10,8% (IC 95% 7,3%–15,5%) nell’ambiente silenzioso e del 7,6% (IC 95% 4,8%–11,9%) in quello caotico; tra i non ipertesi i valori corrispondenti sono stati del 2,3% (IC 95% 1,0%–5,2%) e del 5,9% (IC 95% 3,5%–9,8%). I contrasti sistolici limitati al primo periodo sono rimasti positivi, pur mostrandosi più ampi e meno precisi. L’evidenza di differenze nella traiettoria tra i gruppi diagnostici dipendeva dal modello di aggiustamento dei covariati. Nessun marcatore di laboratorio ha evidenziato una chiara associazione corretta con la differenza della sistolica rispetto alla media di fine sessione a 12 o 15 minuti, e le stime ambientali della sistolica hanno subito minime variazioni dopo l’aggiustamento clinico.
I valori pressori si modificano durante l’osservazione da seduti successiva alla salita delle scale e le letture precoci discordano più frequentemente rispetto alla media rilevata a fine sessione. Il disaccordo persistente e la variabilità intra-sessione non supportano l’indicazione di 12–15 minuti come intervallo di riposo universalmente sufficiente. Gli autori segnalano tuttavia che l’assenza di un riferimento a riposo precedente l’esercizio e di un gruppo di controllo senza sforzo limita l’attribuzione diretta del calo pressorio al recupero dall’attività fisica.
Front. Cardiovasc. Med.2026
https://www.frontiersin.org/journals/cardiovascular-medicine/articles/10.3389/fcvm.2026.1846924/full