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Un nuovo studio prospettico pubblicato sulla rivista Neurological Sciences ha valutato il valore predittivo dei biomarcatori delle demenze più diffuse, nello specifico la fosfo-tau181 plasmatica (p-tau181) e il carico cerebrovascolare, rispetto al rischio di accesso al pronto soccorso a sei mesi in pazienti anziani dipendenti, andando oltre la valutazione della fragilità clinica e dell’età.
La metodologia ha previsto il reclutamento di 102 pazienti, per i quali sono stati raccolti i dati clinici e di laboratorio basali per convalidare un indice di fragilità a 32 item. Il deterioramento cognitivo è stato valutato tramite il Mini-Mental State Examination. I biomarcatori considerati includevano i livelli plasmatici di p-tau181 e il carico cerebrovascolare quantificato mediante la scala di Fazekas. I modelli di regressione binomiale e di Cox hanno testato questi biomarcatori come predittori di accesso al pronto soccorso, con aggiustamento per fragilità ed età, esplorando anche l’interazione tra i biomarcatori stessi.
I risultati indicano che 38 dei 102 pazienti hanno effettuato un accesso al pronto soccorso. Nei modelli binomiali, l’indice di fragilità (OR = 1,69, p = 0,011) e la scala di Fazekas (OR = 3,57, p = 0,007) sono risultati predittori significativi. L’analisi delle interazioni ha mostrato che, a livelli inferiori di p-tau181, il rischio di ammissione in pronto soccorso aumentava solo in presenza di un carico cerebrovascolare maggiore.
Al contrario, livelli più elevati di p-tau181 hanno predetto l’uso del pronto soccorso (OR = 4,90, p = 0,037) indipendentemente dal carico cerebrovascolare. Non sono emersi predittori significativi per quanto riguarda il tempo intercorso fino all’accesso in pronto soccorso.
In conclusione, l’impiego routinario dei biomarcatori di deterioramento cognitivo, in aggiunta alle misure di fragilità clinica, può contribuire a identificare i pazienti anziani dipendenti ad alto rischio a breve termine di accesso al pronto soccorso, potendo così ridurre gli esiti avversi per la salute in questa popolazione.
Fonte: Neurol Sci 2026
https://link.springer.com/article/10.1007/s10072-026-09216-9