Lo stress cronico può influenzare la progressione tumorale e gli esiti dei trattamenti oncologici attraverso vie neuroendocrine, immunitarie e infiammatorie. Lo indica una revisione sistematica pubblicata sull’International Journal of Molecular Sciences, che ha analizzato il ruolo dei fattori psicofisiologici in quattro neoplasie: carcinoma mammario, prostatico, pancreatico e ovarico.
Lo studio ha confrontato tumori con tassi di sopravvivenza a cinque anni superiori al 50%, come mammella e prostata, e tumori a prognosi più sfavorevole, come pancreas e ovaio. L’obiettivo era valutare se lo stress cronico potesse avere un impatto diverso su progressione di malattia, risposta terapeutica e sopravvivenza a seconda del contesto oncologico.
Dalla revisione emerge che lo stress cronico è associato all’attivazione di meccanismi neuroendocrini e immunitari, tra cui la segnalazione ß-adrenergica, l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, i glucocorticoidi, l’infiammazione sistemica e l’immunosoppressione. Questi processi possono contribuire a creare un microambiente più favorevole alla progressione tumorale e, in alcuni contesti, alla resistenza ai trattamenti.
L’associazione appare particolarmente rilevante nei tumori a prognosi più infausta, come carcinoma pancreatico e ovarico, nei quali stress cronico, infiammazione, disregolazione immunitaria e burden psicologico possono sommarsi a una biologia tumorale già aggressiva.
Nel carcinoma mammario e prostatico, la revisione segnala invece un ruolo importante dello stress nella qualità di vita, nella fatigue, nei sintomi depressivi e nella possibile modulazione di vie ormonali e immunitarie coinvolte nella progressione di malattia.
Il dato va però interpretato con cautela. Gli autori sottolineano che le evidenze disponibili confermano soprattutto un legame associativo: non dimostrano in modo definitivo che lo stress cronico causi direttamente una peggiore risposta alle terapie o una riduzione della sopravvivenza. Inoltre, qualità di vita ridotta, distress e peggioramento clinico possono riflettere anche una malattia più avanzata, non necessariamente esserne la causa indipendente.
La revisione evidenzia anche il ruolo degli interventi psicoterapeutici e di gestione dello stress. Approcci come psicoterapia, mindfulness e supporto psico-oncologico possono ridurre ansia, depressione, fatigue e risposte biologiche correlate allo stress, migliorando la qualità di vita e la resilienza del paziente.
Non è però corretto affermare che la psicoterapia potenzi direttamente l’efficacia dei protocolli oncologici standard. Il dato più prudente è che il supporto psicologico può migliorare il benessere, ridurre il carico fisiologico dello stress e contribuire indirettamente a una migliore tolleranza e gestione del percorso terapeutico.
Nel complesso, la revisione rafforza l’importanza della psico-oncologia come parte integrante della presa in carico dei pazienti con tumore. Valutare distress, ansia, depressione, coping e supporto sociale non dovrebbe essere considerato un elemento accessorio, ma una componente della cura centrata sul paziente.
Per la pratica clinica, il messaggio è chiaro: lo stress cronico va riconosciuto e trattato come fattore rilevante nella traiettoria oncologica, soprattutto nei pazienti con tumori a prognosi sfavorevole o con elevato burden psicologico. Servono però studi prospettici e trial interventistici più solidi per chiarire se la riduzione dello stress possa tradursi anche in benefici misurabili su risposta terapeutica, progressione e sopravvivenza.
Fonte: International Journal of Molecular Sciences, 2026
https://www.mdpi.com/1422-0067/27/2/686
IT-NON-14147-W-10/2027
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