Inquinamento atmosferico e asma infantile: rischio più alto con PM2.5 e NO₂

L’esposizione a lungo termine a PM2.5, PM10 e NO2 aumenta l’incidenza di asma infantile del 15-30% per ogni 10 µg/m³ in più. A dirlo è una revisione sistematica pubblicata nel 2026 su Advances in Respiratory Medicine, che ha analizzato 24 studi osservazionali per un totale di oltre 3,5 milioni di bambini fino a 18 anni.

Le coorti internazionali ed europee concordano: più cresce l’esposizione cronica a PM2.5, PM10, NO2, O3 e SO2, più aumenta il rischio di asma. L’effetto è particolarmente forte quando l’esposizione avviene nei primi anni di vita, con conseguenze sia sull’insorgenza della malattia sia sulla funzione polmonare a lungo termine. Inoltre, non conta solo l’esposizione cronica, ma anche i picchi di inquinamento a breve termine hanno un peso clinico. Negli episodi stagionali di aumento di particolato e ozono si registra, infatti, un incremento parallelo di riacutizzazioni asmatiche e ricoveri ospedalieri pediatrici. Il dato più significativo arriva dagli studi europei e greci: nelle aree urbane, sintomi e ospedalizzazioni sono aumentati anche quando le concentrazioni di inquinanti restavano sotto le soglie regolatorie. Un segnale che i limiti normativi in vigore potrebbero non essere sufficienti a proteggere la salute respiratoria dei bambini.

Per gli autori, l’inquinamento atmosferico va considerato un fattore di rischio ambientale modificabile per l’asma infantile. Indicano, infine, tre priorità: politiche più efficaci sulla qualità dell’aria, interventi di sanità pubblica mirati a ridurre l’esposizione dei bambini, e un monitoraggio epidemiologico più capillare nelle aree ancora poco coperte dai dati.

Fonte: Advances in respiratory medicine,2026

https://www.mdpi.com/2543-6031/94/3/31

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