Potenziale infiammatorio della dieta e rischio oncologico: associazione dose-risposta nei dati prospettici

Un maggiore potenziale infiammatorio della dieta è associato a un aumento del rischio di cancro, in particolare per carcinoma del colon-retto e tumore renale. Lo indica una revisione sistematica con meta-analisi di studi prospettici pubblicata sull’European Journal of Cancer Prevention, che ha valutato il rapporto tra dieta pro-infiammatoria e incidenza oncologica.

Lo studio, condotto da ricercatori cinesi, ha incluso 30 articoli, corrispondenti a 33 studi prospettici, per un totale di 4.090.977 partecipanti. Il potenziale infiammatorio dei regimi alimentari è stato valutato attraverso due indici: il Dietary Inflammatory Index, DII, e l’Energy-adjusted Dietary Inflammatory Index, E-DII.

Nel confronto tra le categorie estreme, cioè punteggi più elevati rispetto ai più bassi, un DII alto è risultato associato a un aumento del rischio di cancro complessivo, con RR 1,19 (IC 95%: 1,11-1,27), carcinoma del colon-retto, con RR 1,30 (IC 95%: 1,16-1,44), tumore del polmone, con RR 1,13 (IC 95%: 1,04-1,23), e tumore renale, con RR 1,45 (IC 95%: 1,14-1,83).

Per l’E-DII, l’associazione è risultata significativa per il rischio oncologico complessivo, con RR 1,08 (IC 95%: 1,01-1,16), e per il carcinoma del colon-retto, con RR 1,23 (IC 95%: 1,13-1,33).

L’analisi dose-risposta ha mostrato un andamento sostanzialmente lineare. Per ogni incremento di 1 unità del DII, il rischio è aumentato del 3% per il cancro in generale, con RR 1,03 (IC 95%: 1,02-1,04), del 3% per il carcinoma del colon-retto, con RR 1,03 (IC 95%: 1,02-1,05), e del 7% per il tumore renale, con RR 1,07 (IC 95%: 1,03-1,12). Per ogni incremento di 1 unità dell’E-DII, il rischio è aumentato dell’1% per il cancro complessivo e del 3% per il colon-retto.

Nel complesso, i dati suggeriscono che una dieta con maggiore profilo pro-infiammatorio sia associata a un rischio oncologico più elevato. Il dato appare particolarmente solido per il carcinoma del colon-retto e per il tumore renale, mentre per altre sedi il livello di evidenza risulta più limitato.

Il risultato va però interpretato con cautela. Gli studi inclusi sono prospettici, quindi metodologicamente più robusti rispetto agli studi retrospettivi, ma restano osservazionali. Non è quindi possibile attribuire automaticamente un rapporto causale diretto al solo potenziale infiammatorio della dieta, anche perché il rischio oncologico dipende da molti fattori, tra cui fumo, alcol, attività fisica, peso corporeo, stato metabolico e contesto socioeconomico.

Il messaggio pratico resta comunque rilevante: promuovere modelli alimentari a basso impatto infiammatorio può rappresentare una strategia ragionevole di prevenzione primaria. In termini concreti, significa favorire alimenti ricchi di fibre, frutta, verdura, legumi, cereali integrali, pesce e fonti di grassi insaturi, riducendo invece alimenti ultra-processati, eccesso di zuccheri, carni processate e pattern dietetici associati a infiammazione cronica.

Fonte: European Journal of Cancer Prevention, 2026

https://www.ovid.com/jnls/eurjcancerprev/abstract/10.1097/cej.0000000000000980~dose-response-association-of-dietary-inflammatory-potential?redirectionsource=fulltextview

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