Livelli elevati di cistatina C associati a peggiore sopravvivenza nei tumori
Livelli circolanti elevati di cistatina C sono associati a una peggiore sopravvivenza globale nei pazienti oncologici, ma le evidenze disponibili […]
Integrare l’esercizio fisico nei percorsi di trattamento adiuvante del cancro richiede interventi personalizzati, risorse organizzative dedicate e professionisti credibili. Lo indica una revisione sistematica pubblicata su Supportive Care in Cancer, che ha analizzato le percezioni di pazienti e operatori sanitari sui fattori che ostacolano o facilitano l’inserimento dell’attività fisica nei percorsi di cura oncologica.
Il razionale dello studio nasce dalle evidenze secondo cui attività fisica ed esercizio possono contribuire a mitigare alcuni effetti collaterali dei trattamenti oncologici. Tuttavia, il passaggio dalla raccomandazione generale alla reale integrazione nei percorsi assistenziali resta complesso.
La revisione ha incluso 29 studi: 15 qualitativi, 12 quantitativi e 2 mixed-methods. Gli autori hanno utilizzato il modello COM-B, Capability, Opportunity, Motivation, Behaviour, e il Theoretical Domains Framework, TDF, applicando una meta-sintesi tematica ai dati raccolti.
Dall’analisi sono emersi tre temi centrali che influenzano l’implementazione dell’esercizio nei percorsi di trattamento adiuvante: le caratteristiche dell’intervento di esercizio, il contesto organizzativo e l’impatto del cancro sulla vita del paziente.
Le barriere più ricorrenti riguardano competenze, conoscenze, contesto ambientale, disponibilità di risorse, influenze sociali e livello di ottimismo. Per i pazienti, ostacoli rilevanti possono essere fatigue, sintomi fisici, paura di peggiorare la propria condizione, scarsa fiducia, difficoltà logistiche o mancanza di indicazioni chiare. Per i professionisti sanitari, pesano invece la mancanza di tempo, formazione, percorsi di invio strutturati e disponibilità di figure specializzate.
I facilitatori più importanti includono conoscenza ed educazione, esperienza precedente con l’esercizio, motivazione individuale, accesso a risorse adeguate, supporto sociale, promozione positiva dell’attività fisica, programmi personalizzati e possibilità di essere seguiti da professionisti qualificati.
Un punto centrale riguarda la personalizzazione. L’esercizio non può essere proposto come indicazione generica, uguale per tutti. Deve essere adattato a età, genere, fase del trattamento, sintomi, capacità funzionale, preferenze del paziente e contesto sociale. Anche la comunicazione è decisiva: pazienti e clinici condividono l’esigenza di messaggi chiari, realistici e rassicuranti.
La revisione mostra quindi che il problema non è solo convincere il paziente a muoversi di più, ma costruire le condizioni perché l’esercizio diventi davvero accessibile, sicuro e sostenibile durante le cure. Servono percorsi di referral, competenze dedicate, integrazione tra oncologi, infermieri, fisioterapisti, chinesiologi e altri professionisti dell’esercizio.
Nel complesso, lo studio identifica i principali determinanti da considerare per rendere l’esercizio una componente stabile dei trattamenti adiuvanti oncologici. Le prospettive di pazienti e operatori sanitari convergono su un punto: l’attività fisica può essere integrata nei percorsi di cura solo se accompagnata da educazione, risorse, personalizzazione e supporto professionale.
Gli autori sottolineano infine che queste evidenze possono orientare lo sviluppo di interventi futuri e linee di buona pratica per l’implementazione dell’esercizio in oncologia. La sfida non è più soltanto dimostrare che l’esercizio sia utile, ma capire come renderlo parte concreta e sostenibile dell’assistenza.
Fonte: Supportive Care in Cancer, 2026
https://link.springer.com/article/10.1007/s00520-026-10553-w