Perché il “brain fog” da long COVID sembra più grave negli Stati Uniti

Negli Stati Uniti, i pazienti con long COVID riportano tassi molto più elevati di “brain fog”, ansia e depressione rispetto a chi vive in India, Nigeria o Colombia. Lo rivela un ampio studio osservazionale internazionale pubblicato il 28 gennaio su Frontiers in Human Neuroscience, che ha seguito oltre 3.100 pazienti in centri accademici negli USA, in Colombia, Nigeria e India.

L’86% dei pazienti non ospedalizzati negli Stati Uniti ha segnalato difficoltà cognitive, contro il 63% in Nigeria, il 62% in Colombia e appena il 15% in India. Sintomi di ansia o depressione colpiscono quasi tre quarti dei pazienti americani, rispetto a meno del 20% in Nigeria e India. Secondo i ricercatori, queste differenze riflettono principalmente cultura e accesso alle cure, non maggiore gravità della malattia: parlare di salute mentale e disturbi cognitivi è socialmente più accettato negli Stati Uniti e in Colombia, mentre stigma, religione e limitata disponibilità di servizi in altri Paesi ne ostacolano la segnalazione.

Lo studio mostra anche che i modelli di sintomi sono più legati al reddito del Paese che alla posizione geografica, suggerendo che milioni di persone nel mondo potrebbero soffrire di long COVID senza essere riconosciute. I sintomi più comuni restano brain fog, affaticamento, dolore muscolare, cefalea, vertigini e disturbi del sonno, con effetti significativi sulla qualità della vita e sulla capacità lavorativa.

Gli autori sottolineano l’importanza di strumenti diagnostici culturalmente sensibili e sistemi sanitari in grado di offrire follow-up e assistenza a lungo termine. Su questa base, il gruppo di Koralnik sta già testando protocolli di riabilitazione cognitiva per il brain fog in Colombia e Nigeria, adattando strategie sviluppate negli Stati Uniti, per cercare di colmare sia un vuoto clinico sia un divario culturale nella gestione del long COVID.

Fonte: Frontiers in Human Neuroscience, 2026

https://www.frontiersin.org/journals/human-neuroscience/articles/10.3389/fnhum.2025.1760173/full

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