Disfunzione respiratoria subclinica in nati da madri diabetiche e adipochine nel sangue cordonale
I neonati a termine clinicamente sani, nati da madri diabetiche, hanno alterazioni misurabili nei test di funzionalità respiratoria alla nascita, […]
Il test di stimolazione bronchiale con aria fredda (CACh) ha mostrato una sensibilità dell’80,8% e una specificità del 95,9% nell’identificare una riduzione del FEV1 =10%, marker diagnostico di iperreattività bronchiale in pazienti con asma o broncospasmo da esercizio. Lo rivela una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata su European respiratory review nel 2026, che ha incluso 39 studi.
La differenza media ponderata nella riduzione percentuale del FEV1 dopo CACh tra pazienti asmatici e controlli sani è stata di –17,58 punti, a conferma della capacità del test di distinguere in modo netto i soggetti con iperreattività bronchiale patologica da quelli sani. Gli autori segnalano però un’eterogeneità tra gli studi molto elevata (I²=99), riconducibile soprattutto alle differenze nei test di riferimento adottati per diagnosticare l’asma nei singoli lavori: un limite che invita a interpretare il dato aggregato con una certa cautela. Corretto il bias di pubblicazione, l’eterogeneità si è ridotta in modo significativo, mentre l’effetto principale ha retto: la riduzione del FEV1 nei pazienti asmatici è rimasta statisticamente significativa (–8,18; p<0,001).
Per gli autori, questi risultati indicano che il CACh possiede caratteristiche diagnostiche solide, con un potenziale impiego clinico nella diagnosi di asma e broncospasmo da esercizio. Restano tuttavia necessari ulteriori studi per confermarne l’utilità su larga scala e in popolazioni cliniche differenziate.
Fonte: European respiratory review : an official journal of the European Respiratory Society,2026
https://publications.ersnet.org/content/errev/35/180/250205